Skip to main content

“A lungo mi sono dichiarato innocente. Poi ho deciso di non mentire più né a me stesso né agli altri e di guardarmi nello specchio: oggi vedo un uomo migliore; se lo sono, il merito è anche di quest’isola”. Quest’isola è Pianosa, al largo dell’Elba, dove attualmente un piccolo nucleo di reclusi è rimasto sull’ Isola del Diavolo toscana in regime di “carcere aperto” e nei mesi estivi convive con il popolo dei vacanzieri elbani che fanno tappa a Pianosa per una giornata di mare, visita e passeggiate. Le parole invece sono di Gafon, rumeno di 39 anni, occhi azzurrissimi, in carcere fino al 2032 “per aver preso una vita”.

 

Questo di Pianosa è solo uno degli esempi di attività lavorative in carcere, e in Italia è forse il più particolare, per la libertà di movimento concessa ai detenuti, per la loro “libera” attività nei campi e nell’orto, e per la convivenza con i turisti appunto. Una vista che per questi detenuti è una “rinascita”. Alcuni di loro lavorano nei campi e preparano le verdure, le coltivano, le raccolgono, le mettono nei sacchetti: melanzane, zucchine pomodori e basilico, tutto rigorosamente bio, destinate in parte agli ospiti di un hotel elbano a cinque stelle e in parte ai turisti che sbarcano a Pianosa d’estate, e con i quali Gafon e gli altri 22 detenuti condividono lo stesso cielo, la stessa terra, gli stessi profumi. Con una differenza: a fine giornata i turisti possono ripartire! Alcuni decidono di passare anche una notte sull’isola dove in estate è attivo il piccolo albergo “Marisa” gestito anche questo da un gruppo di detenuti, insieme al bar tavola calda. 

 

Il rapporto con i turisti esiste, ma senza eccedere. La condizione indispensabile è il rispetto delle regole, poche ma insindacabili. Non per tutti il regime di carcere aperto è possibile, è necessaria la massima affidabilità, altrimenti… si torna subito dietro le sbarre. Gafon lo sa, e si comporta sempre bene, concede e prende confidenza, ma nei limiti: “È bello quando arrivano i turisti, ci sentiamo parte di loro, è come tornare alla normalità con un lavoro, in mezzo alla gente, a volte ti senti anche famoso perché tutti si fermano a parlarti, a farti domande”. Ecco, da un certo punto di vista diventa un privilegio essere qui! Scherzo su questo con Gafon e con gli altri che nel frattempo si sono uniti alla chiacchierata.

 

“In realtà essere a Pianosa è davvero un privilegio, ma bisogna conquistarselo”. Arrivano quasi tremanti le parole di Vincenzo, 47 anni, di Battipaglia, “dentro” fino al 2024 “per l’omicidio di uno spacciatore”, confida. Si guarda le mani grandi, come se li ci fosse scritta la sua storia: “E pensare che all’inizio non volevo venirci in questa sezione distaccata. A Porto Azzurro frequento la scuola carceraria, voglio prendere la maturità, qui mi occupo delle pulizie, ma quando ero un uomo libero facevo l’idraulico”. Lo sguardo vola a Napoli, a casa sua, dove ha lasciato tre figli. Si accarezza la pancia sorridendo mentre riprende il racconto: “La mia seconda figlia aspetta un bambino e ho un sacco di motivi per comportarmi bene, il direttore lo sa. Per questo mi ha scelto per il progetto Pianosa, su consiglio del mio educatore”.

A decidere chi può essere trasferito a Pianosa è proprio lui, Francesco D’Anselmo, 60 anni, da tre anni direttore della casa di reclusione di forte San Giacomo (Porto Azzurro), arrivato qui dopo tredici anni di attività in altre carceri. Napoletano, laurea in giurisprudenza, ha deciso di puntare sulla massima sicurezza della struttura, potenziando però le chance di lavoro per i detenuti, con l’obiettivo di un miglior reinserimento nella società. È orgoglioso e contento quando spiega questi dettagli, come se questi ragazzi fossero tutti suoi figli ai quali ha voluto concedere una bella occasione di riscatto.

Racconta del suo passato, alla direzione di molte carceri italiane tra cui Parma, Rimini, Sassari, Castelfranco Emilia. E proprio in quest’ultimo ha sperimentato un progetto rivolto ai detenuti tossicodipendenti, decidendo di farli lavorare nei campi. “Lavorare la terra è terapeutico” e così anche a Pianosa tutti i detenuti lavorano nei campi, coltivano, raccolgono. Lo stare all’aria aperta è già un aspetto positivo, non si ha il limite dell’ora d’aria in uno spazio ristretto delle altre realtà detentive.

 

Michele è forse la memoria storica di quest’isola, da 28 anni qui, a lavorare, con una piccola parentesi all’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa: “È un’altra realtà, un altro modo di vivere la pena. Esiste un’effettiva possibilità di riscatto per i detenuti, che passa attraverso il contatto con i compagni, la natura, la possibilità di riacquistare la propria dignità guadagnando qualcosa grazie a un lavoro vero e magari aiutare la propria famiglia”. Mentre mi parla mi prende per un braccio, mi porta in cucina a conoscere Hassen, tunisino, che fa il cuoco per gli altri detenuti. Lui nemmeno mi saluta, mi dice subito “Io qui sono rinato”. È il suo saluto, e lo apprezzo. “In 43 anni, dal 1974 a oggi di carceri ne ho visitati un bel po’ – racconta mentre gira il sugo –Foggia, Bari, Napoli…non meno di 7 uomini in una stanza senza fare niente, quello è l’inferno vero. Qui sono tornato a vivere”.

 

Cucina anche per i turisti quando serve, e ridendo racconta: ”I turisti sono curiosi di vedere i carcerati, qualcuno ci viene apposta, all’inizio pensavo di essere come in uno zoo, in vetrina. Poi ho capito che anche noi abbiamo qualcosa in cambio da loro: osservare un bambino che gioca allarga il cuore, ti riporta indietro, alla normalità”. Non gira più il sugo adesso, all’immagine del bambino si è bloccato, come in un fermo immagine: “Quando sono entrato in carcere mia figlia aveva 9 anni. Il giorno in cui la rivedrò, mi troverò davanti una donna”. Lascia cadere il cucchiaio, e mi abbraccia. E io mi lascio abbracciare, con la vista che dalla finestra della cucina corre nel mare blu di Pianosa e con il profumo del sugo che mi fa sentire in qualche modo tra le mura di “una casa”.

 

NOTA. Questa storia fa parte di un progetto editoriale “Storie di cibo dietro le sbarre” che raccoglie tutte le esperienza da me vissute nelle carceri italiane dove sono attivi progetti legati al cibo, progetto che uscirà in forma di libro.

Di questo Autore