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Radici, la Ribolla di Oslavia, una tradizione di famiglia (foto 1 – 2), è il titolo della monografia che ha per argomento la storia dei Primosic che si intreccia con quelle di un territorio e di un vitigno.

Il libro è stato presentato presso Il Salotto di Milano,  dall’autore Alessio Turazza autorevole firma del Gambero Rosso e di altre testate, e da Silvan, i figli Marko e Boris, i nipoti Greta, Nicola ed Elia, ossia tre generazioni dei Primosic, vitivinicoltori a Oslavia, borgo friulano del Collio alle porte di Gorizia.

Turazza ha tenuto a sottolineare: “è una monografia che vuole essere anche la storia di una famiglia fortemente radicata con un territorio, con la sua storia, con un vitigno e un vino” per poi, con precise domande, stimolare il racconto.

 

 

La genesi

 

Marko ha spiegato il perché di “Radici” che nasce dall’esigenza di narrare la storia di una famiglia produttrice di vino da cinque generazioni, la quale negli anni ha proposto vini diversi, diversità nate, come si vedrà, da approcci differenti. Radici è pertanto “il bisogno, come in un album fotografico, di narrare, attraverso vini e racconti, il nostro percorso”.

È quindi una testimonianza di come di generazione in generazione, sia cambiato il vino, senza che però mutasse il legame con un vitigno friulano, ossia la ribolla gialla, e come tutto sia in continua evoluzione. Vitigno che fu sradicato dalla cima delle colline, ossia da un piccolo bacino vocato, per essere coltivato su vasta scala in pianura, su terreni non idonei, e che portò a una produzione massificata in cui se ne perse l’esprit più qualificante. Da tale “stile” produttivo i Primosic presero e prendono le distanze essendo il loro percorso diametralmente opposto.

L’uva ribolla, ancora agli inizi della seconda metà del secolo scorso, veniva vinificata lasciando macerare il mosto con le bucce. Ciò perché, spiega Boris, utilizzando torchi a mano diventava difficile pressarla a causa della buccia molto spessa, così che si finiva per estrarre poco succo lasciando le bucce ancora bagnate. La macerazione, per contro, facilitava la torchiatura aumentando sia la quantità, sia la qualità del mosto ottenuto.

Era cioè una macerazione per necessità. Ma Silvan Primosic, ossia la memoria storica della famiglia che a cinque anni già “spigolava” gli acini caduti nel corso nella vendemmia, aveva un’altra idea della Ribolla che voleva pulita e fresca. E, per contestualizzare quel periodo, Silvan ha spiegato come il vino fosse allora un alimento. Ha inoltre ricordato episodi anche drammatici che hanno segnato il territorio, come la Prima Guerra Mondiale che portò la distruzione di Oslavia, case e vigneti.

 

 

La storia 1

 

Successivamente tutto ripartì da zero in un Collio che da austriaco divenne italiano. La storia dell’azienda attuale cominciò a delinearsi negli anni sessanta quando Silvan ne prese le redini e iniziò a imbottigliare mentre ad attaccare le etichette ci pensava chi diverrà sua moglie. Silvan sostituì le vecchie botti con vasche di cemento, ma la Ribolla che produceva, fresca e pulita, non convinceva gli anziani del posto che la criticavano mettendo in dubbio le capacità del viticoltore.

Critiche e valutazioni che cessarono di colpo quando nel 1967 Silvan portò le sue etichette a Lubiana, in Jugoslavia, a una fiera mondiale dei vini con una commissione d’assaggio composta da rappresentanti di 17 paesi europei, dalla quale tornò con una medaglia d’oro e due d’argento. La soddisfazione fu grande e aumentò ancora nel 1969 quando vinse l’Oscar del vino regionale.
Il tempo trascorreva e negli ottanta e novanta arrivarono anche nel Collio le barrique.

Erano anni felici per la Ribolla Gialla intesa come fresca, sempre più apprezzata e sempre più diffusa, ma, come ha spiegato Marco, se della potenziale valorizzazione che implicava l’uso del legno piccolo ne beneficiarono lo chardonnay e qualche altro vitigno, non così fu per la Ribolla. Questa alla fine degli anni novanta si trovò in un vicolo cieco perché non veniva valorizzata dai legni per quanto piccoli e nuovi, non evolveva e non diventava mai come avrebbero voluto.

 

 

La storia 2

 

Nel 1996 nel Collio e quindi a Oslavia vi fu una grandinata che di fatto fermò due vendemie. Avendo più tempo per riflettere si arrivò a considerare di rivalutare la macerazione capendo l’enorme valore che aveva la buccia della ribolla, valore che i distillatori di grappe monovitigno già conoscevano. Ma non fu facile reintrodurre in cantina legno e buccia i quali appartenevano a un passato ormai lontano.

Nel 2003 Boris propose di tornare alle antiche tradizioni e di provare a macerare la ribolla, ma in modo diverso da come facevano le generazioni precedenti. Per cui diede vita a un esperimento con una piccola percentuale della produzione di Ribolla che elevò in un vecchio tonneau dopo averla lasciata macerare per 14 giorni. Ma il vino ottenuto era praticamente imbevibile, molto tannico… però man mano che affinava nel legno migliorava e i risultati cominciarono a evidenziarsi e dopo 2 anni il vino fugò ogni dubbio e venne imbottigliato.

Qui comincia un nuovo percorso, e pur producendo la Ribolla fresca “di Silvan”, i figli rinverdiscono il passato, ma con la tecnologia attuale, con follature, vale a dire una Ribolla macerata di seconda generazione dove si cerca di estrarre più componenti come la mineralità e la parte aromatica della buccia, senza offuscare la riconoscibilità del vitigno, anzi valorizzandola.

 

La “ricetta” per produrre una Ribolla gialla di elevata qualità come quella di Oslavia richiede, come spiega Marko, tre ingredienti irrinunciabili: collina, ossia altitudine; ponca (che è il terreno del Collio); bassa produttività. Condizioni che pertanto escludono da questa fascia la maggior parte dei vini così denominati. E sempre Marko spiega che la collina di Oslavia ha due versanti, uno esposto al sole ed è destinato alla ribolla e uno all’ombra dove dimora il vigneto Klin (Collio Bianco): “Sono fratello e sorella, nascono dallo stesso territorio e chiamiamo ambrati le Ribolla e dorati i vini Klin e non sono uno migliore dell’altro, bensì sono uno connesso all’altro e viceversa”.

 

E nella monografia in merito leggiamo “Oslavia e il Collio. Yin e Yang di questa terra. Una similitudine non solo di carattere ontologico ma anche etimologico. Nell’antica tradizione cinese, infatti, Yin indicava il versante più ombreggiato e Yang quello più soleggiato di una collina /…/ Yin e Yang non possiedono un’identità autonoma ed esclusiva, esistono all’interno di una profonda e indissolubile relazione dialettica. Sono elementi complementari, uniti da un legame dinamico di scambio, che si fonde in un mutevole equilibrio. Allo stesso modo Oslavia non può esistere se non all’interno del più vasto territorio del Collio e il Collio risulterebbe mutilato se non comprendesse al suo interno Oslavia.”

Alla presentazione ha preso la parola anche l’ultima e quinta generazione, che ha davanti a sé due filosofie di produzione che sono due termini della dialettica Primosic, in continua fase evolutiva e come dice Nicola, corroborato da Greta, e supponiamo anche da Elia “noi non vogliamo etichette, non vogliamo appartenere a uno stile piuttosto che a un altro. L’obiettivo è che in tutto ciò che facciamo si riconosca il nostro modo di fare, e la riconoscibilità dei vini Primovic”.

 

 

I vini in degustazione

 

La presentazione ha avuto per epilogo la degustazione della Ribolla di Oslavia (annate: anteprima 2019, 2013, 2009, 2003) e del Collio Bianco KIin (annate 2016, 2013, 2004) di fatto due verticali.

Che dire? Ricordiamo che la 2003 è la prima Ribolla macerata prodotta e a distanza di vent’anni non mostra cenni di stanchezza, ma anzi prospetta una grande predisposizione a un ulteriore affinamento (foto 3)  e con  travasata nel decanter (foto 4 con Greta).

Pur con le notevoli diversità presenti di annata in annata, le Ribolla Gialla degustate, che ricordiamo sono la versione macerata, pur nelle diversità sono definite da colore oro ambrato intenso. Al naso sono suadenti con note di fiori d’acacia, fiori gialli, talvolta fruttati di nocciola e di erbe di montagna, con note di miele, mineralità olfattiva. In bocca sono strutturate, frutta secca, ancora nocciola, in alcune annate trama tannica più evidente, ma sempre educata; sono dotate di piacevole freschezza che fornisce tensione al sorso salino, sempre armonico, pulito, lungo.

Le annate Klin, anch’esse pur con le differenze che le contraddistinguono, hanno colore dorato carico; il profumo è ampio, ricco, con note fruttate che vanno dall’esotico all’agrumato senza escludersi, sentori floreali, macchia mediterranea mentre in bocca salinità e freschezza rendono dinamico il sorso in una trama morbida e cremosa con note tostate.

 

 

Conclusioni

La degustazione di questi vini è illuminante. La macerazione concentrando i vini, potrebbe toglierne l’identità territoriale inibendone le caratteristiche varietali, ma non nei vini Primosic in cui abbiamo avvertito il contrario. In questi si evidenzia la riconoscibilità del vitigno, che trova nello stile di vinificazione un supporto così da far prevalere la complessità in tutte le sue sfaccettature. E degustando le annate Klin sentiamo che la mano è la stessa che dà vita alla Ribolla macerata. E in ciò concordiamo con Nicola in merito alla riconoscibilità dei vini Primosic.

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