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Si è tenuta a Milano una Conferenza Stampa dal titolo In Vino Veritas, organizzato dall’ ONAV – Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Vino e dall’Ordine dei Medici di Milano. L’argomento è di grande attualità perché il tema Vino e Salute è molto dibattuto, ma non sempre c’è chiarezza in quanto le fonti sono talvolta contradditorie.

Navigando in internet nei siti dell’ambito medico si va da chi afferma che il vino assunto moderatamente possa essere benefico a chi, per contro, sostiene che anche a piccole dosi sia estremamente pericoloso. Pertanto un imcontro dove professionisti del vino e della salute si uniscono è un’occasione unica per fare un po’ di chiarezza. La conferenza stampa si è articolata in due sessioni, una dedicata al vino e l’altra alla salute. Abbiamo voluto focalizzare, senza togliere nulla all’importanza della prima sessione, la seconda circoscrivendola alle patologie che possono essere collegate all’assunzione di alcolici vino compreso.

Vino e malattie del fegato: è solo una questione di quantità?
La Dott.ssa Chiara Becchetti – UOC Epatologa Ospedale Niguarda ha affrontato il tema partendo dalla considerazione che il fegato è il principale detossificatore dell’alcol nell’organismo.
In merito ci sono due percorsi primari d’azione:
non ossidativo, che produce sostanze proficuamente utilizzate quali marcatori del consumo alcolico e monitorato nei pazienti;
ossidativo, che vede la trasformazione dell’alcol in acetaldeide e se il fegato è sovraccaricato può dare al via ad accumulo lipidico (steatosi), infiammazione, fibrosi e carcinogenesi. Sono in quest’ordine le condizioni che si osservano nello spettro progressivo della malattia del fegato, ossia dalla steatosi agli altri gradi sempre più gravi della malattia.

Un aspetto da rilevare è che chi ha contratto malattie epatiche per eccessive esposizioni all’alcol ha in concomitanza spesso una malattia psichiatrica. È stato rilevato inoltre come vi sia un rapporto tra livello di alcol incrementale progressivo e rischio di malattia o di mortalità. Quanto sin qui detto non sorprende, e conferma che l’alcol faccia male al fegato. Però… un dato nuovo è che esiste una zona d’ombra in cui il consumo alcolico può non essere così nocivo. Al momento non abbiamo però una soglia liver safe per poter assentire al consumo di alcolici. Di fatto l’osservazione mostra che non tuti i pazienti che assumono una quantità cronica di alcol si ammalano di fegato, e questa percentuale si stima tra il 10 e il 20%. Pertanto devono agire altri fattori chiamati modificatori e che non permettono di fornire informazioni univoche. Questi dipendono dalla disposizione al consumo alcolico, a fattori socio economici, fattori genetici biologici e fattori metabolici.

Ma in ogni caso vi sono assunzioni alcoliche molto pericolose per tutti. La più critica è la cosiddetta binge drinking, ossia l’assunzione di 6 dosi di alcol (un’unità alcolica è di 10 g di alcol puro, pari a 87 ml di vino di 11,5°) in meno di 2 ore ed è strettamente legato allo sviluppo di malattie epatiche. La pericolosità aumenta se il binge drinking avviene in assenza di un pasto. Va ancora, detto però detto, che il vino ha un ruolo se non protettivo, almeno meno dannoso rispetto ad altre fonti di alcol. Ci sono al tempo stesso molti fattori che bisogna tenere in considerazione. Uno studio epidemiologico mostra come il caffè americano sia un attenuatore in quanto la sua assunzione regolare diminuisce il rischio di sviluppare patologie epatiche.

Da sottolineare che il sesso femminile è maggiormente predisposto ai danni di alcol. Pertanto la quantità tollerata per l’uomo, che è di due unità alcoliche al giorno, per la donna (e per gli anziani di oltre 65 anni), va dimezzata perché altrimenti può diventare un fattore a rischio. Un moderato consumo alcolico può comportare la riduzione della progressione della fibrosi e la riduzione della mortalità per malattie del fegato. Pertanto un’assunzione modesta quantificabile da 1 a 70 g per settimana di alcol etilico, particolarmente di vino, e non in modalità binge, è associata a una riduzione della fibrosi in pazienti NAFLD ossia affetti da steatosi non alcolica. Rimangono pur sempre fattori di rischio obesità e insulinoresistenza che comporta a lungo andare un aumento della glicemia post-prandiale.

Vino e apparato cardiocircolatorio: mettiamo i puntini sulle i.

Il Dott. Maurizio Losito Cardiologo dell’Ospedale San Paolo di Milano spiega che vi sono componenti del vino rosso, i flavonoidi, presenti anche nel tè, nella frutta e nei vegetali, i quali hanno un meccanismo d’azione cardioprotettivo soprattutto nella patologia ischemica cardiovascolare perché i meccanismi d’azione principali sono:
una riduzione del cosiddetto colesterolo cattivo;
una riduzione dell’aggregazione piastrinica pericolosa in quanto può provocare l’infarto miocardico, creando una trombosi all’interno dei vasi coronarici;
e un effetto antiossidante e antiinfiammatorio.

Questi effetti riducono la mortalità per ischemica e trombogenesi. Tra i componenti benefici va ricordala la quercitina, un flavonoide che apporta effetti benefici quali produzione dell’ossido nitrico che è un potente vasodilatatore, una funzione protettiva vascolare e anche un effetto sulla riduzione della pressione arteriosa e anche dello stress ossidativo e quindi una riduzione dell’aterosclerosi.

Il resveratrolo è un polifenolo che agisce producendo gli effetti benefici sopra descritti. Il problema di questa sostanza è che ci sono pochi trial clinici sull’uomo e gli studi in vitro hanno utilizzato un quantitativo di resveratrolo molto elevato mentre la sua presenza nel vino rosso è in quantità più basse. Vino rosso o bianco? Il vino bianco ha un quantitativo decisamente inferiore di polifenolo, ma contengono altre sostanze come tirosolo e idrossitirosolo che sono composti fenolici che hanno effetti benefici per le malattie nefrologiche croniche. L’acido caffeico contenuto nel vino bianco incrementa l’ossido nitrico che come detto è un potente vasodilatatore ed è coadiuvante delle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.

Veniamo al paradosso francese. Dopo numerosi studi epidemiologici effettuati, la popolazione francese, paradossalmente, nonostante l’utilizzo di acidi grassi saturi nella dieta, ha una mortalità per cause cardiovascolari molto ridotta rispetto ad altre popolazioni a livello mondiale. Vi è una correlazione lineare tra consumo di acidi grassi saturi e mortalità per cardiopatia ischemica, cosa che non avviene per la popolazione francese. Questa confrontata a quella finlandese, risulta, a parità di consumo di acidi grassi saturi, con una mortalità molto più bassa (fig. 1). Da qui l’ipotesi che il fattore protettivo possa essere il vino rosso. Lo studio è stato successivamente considerato non veritiero perché la Francia per stile di vita sarebbe assimilabile ai paesi mediterranei per cui molto con un’alimentazione più sana e ciò spiegherebbe la bassa incidenza di cardiopatie.

Si tratta però, a nostro avviso, di una motivazione forzata considerato che la Francia pur affacciandosi sul mediterraneo, esclusa la fascia costiera, ha un’alimentazione assimilabile a quella continentale. Pertanto ci permettiamo di ritenere la contestazione sia quantomeno opinabile. Per capire quanto sia “mediterranea” l’alimentazione francese basterà dire, che da una nostra ricerca il consumo pro-capite di burro annuo è di 8,2 kg conto i 2 kg italiani. Mentre i consumi di olio, agli 8 kg pro-capite italiani corrispondono 1,7 kg pro-capite francesi. E ciò parrebbe essere di sostegni al paradosso francese. Ed è lo stesso Dottor Losito a mostrare una tabella dove a parità di grassi utilizzati in Francia e in Usa la mortalità coronarica francese è più che dimezzata (fig. 2). Va però detto che la proprietà protettiva dell’alcol vale se i consumi sono moderati, ossia al di sotto dei 12 g (al giorno), per cui basse dosi hanno un effetto protettivo, mentre incrementandole vi è un aumento lineare della mortalità cardiovascolare.
Abbiamo già visto che le unità alcoliche giornaliere massime sono 2 per l’uomo e una per la donna..
La Società Italiana di Alcologia ha redatto una classificazione del rischio per le persone che consumano alcol in base alle quantità giornaliere (fig 3):
Minimo 3-5 g
Basso 12 g per la donna e 24 g per l’uomo
Moderato 12-40 g per la donna e 24-60 g per l’uomo
Alto oltre 40 g per la donna oltre 60 per l’uomo
Però, purtroppo, se è vero che i dati sono confortanti per gli wine lover che bevono responsabilmente vi è una pericolosa eccezione. Per quanto riguarda le aritmie numerosi studi hanno dimostrato che l’alcol anche in quantità lievi o moderate aumenta il rischio di aritmie cardiache in particolare della fibrillazione atriale che di per sé è una patologia che aumenta il rischio di ictus ischemico, provoca formazione di coaguli all’interno del cuore che poi possono staccarsi e provocare emboli a livello cerebrale. Anche un basso dosaggio di alcol descritto come 3 g al giorno è associato a rischio di sviluppare fibrillazioni atriali.

Il vino fa davvero buon sangue?
Risponde la Dott.ssa Marta Riva, Ematologa all’Ospedale Niguarda la quale precisa quanto l’ematologia sia la più eclettica delle discipline mediche. Ciò perché l’ematologo è sicuramente un internista, ma soprattutto un intensivista, un oncologo e in qualche modo è un alchimista perché, al di là dei protocolli, deve conoscere i medicamenti, capirne proprietà e tossicità e adattarle al paziente per ottener il risultato. Ciò significa non prescrivere farmaci da protocollo se si ritiene che possano essere nocivi per il paziente, e invece prescriverne altri che non vengono consigliati, ma che possono risultare utili. Si è sempre ritenuto che il vino avesse effetti benefici sulla salute.

La Dott.ssa Riva racconta come da Ippocrate in poi il vino fosse considerato un medicamento. Non manca in letteratura chi critica il vino come Italo Svevo il quale nel suo La coscienza di Zeno sostiene che non fa emergere la verità, ma fa uscire quello che è il pensiero attuale, puntuale della volontà dell’uomo in quel momento. Il vino fa veramente buon sangue? Questo detto deriva dall’espressine latina Vinum Laetifica cor hominis citata nei secoli per sottolineare la radicata credenza popolare sui benefici del vino e che facesse bene alla circolazione del sangue. Ma si tratta di espressioni dibattute, e come i proverbi, non necessariamente corrispondono alla realtà. Come trovare una correlazione tra vino ed ematologia. I temi più ricorrenti sono l’anemia che in caso di abuso dell’alcol presenta un quadro polimorfo ed è determinato da diverse cause, tra cui deficit di vitamina B12, sovraccarico marziale, ossia un eccessivo accumulo di ferro nell’organismo.

Per contro può avere effetti benefici per quanto riguarda la componente coagulativa e quella onco-ematologica.
Il vino potrebbe avere un effetto di prevenzione sulle trombosi, principalmente su quella arteriosa. Da ricerche risulta che chi consuma vino ha una ridotta capacità di aggregazione piastrinica. Per quanto riguarda la cancerogenesi più ricerche hanno sottolineato i benefici dei polifenoli, quindi anche dal consumo moderato di vino rosso, che tendono a difendere l’organismo dagli effetti dei radicali liberi, hanno effetti antiinfiammatori e in ultima analisi antitumorali. Il contenuto di polifenoli è maggiore nei vini rossi e fanno del vino una bevanda che se assunta con moderazione e con regolarità può creare delle strategie di chemioprevenzione in quanto i polifenoli ritardano o rallentano il processo di cancerogenesi. È stato ricordato inoltre l’effetto emopoietico ossia di produzione delle cellule del sangue, di un vino cinese denominato Maioji Jiu; l’esposizione a questa sostanza sembra che porti a un aumento dei globuli bianchi e soprattutto dell’emoglobina.

Conclusioni
Dalla Conferenza Stampa una risposta univoca, secca, non l’abbiamo trovata. Del resto, come ha ricordato la Dott.ssa Marta Riva, la medicina non è una scienza, ma una disciplina umanistica e, aggiungiamo noi, è la più scientifica delle discipline umanistiche, ma pur sempre umanistica. Però un quadro da quanto esposto dai relatori possiamo in qualche modo ricavarlo. Innanzitutto il vino non ne esce demonizzato. Un uso moderato del vino soprattutto rosso, non solo non fa male, ma può apportare benefici anche epatici, oltre che cardiocircolatori ed ematici come abbiamo visto. Bere oltre ai limiti stabiliti è sicuramente dannoso e ancora più dannosi sono modi di assumere le bevande alcoliche come il binge drinking. Ma anche bevendo con moderazione, a minime dosi, espone alle aritmie cardiache e tra questa alla fibrillazione atriale che può avere esiti mortali.

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