Abbiamo incontrato Massimo Setaro, che gestisce con la moglie l’azienda vitivinicola Casa Setaro, durante un press lunch organizzato presso il ristorante Osteria di Brera a Milano. La cantina si trova a Trecase, nella città metropolitana di Napoli, il più piccolo dei comuni del Parco Nazionale del Vesuvio, affacciato sul mare e di fronte all’isola di Capri, in una zona fortemente ventilata. L’azienda si sviluppa su 12 ettari vitati che comprendono due macro areali: Bosco del Monaco e Tirone della Guarda. Il primo, di circa cinque ettari vitati, è caratterizzato da una componente calcarea.
La mission di Casa Setaro è concentrarsi sui vitigni autoctoni. L’azienda è a conduzione biologica, anche se Massimo Setaro preferisce definirla “amante della natura, che rispettiamo”. Le vigne storiche, tutte a piede franco e in parte prefillossera, sono allevate con pochissima chimica. Vengono impiegati zolfo e rame per i trattamenti, concime organico dei propri allevamenti, pellet organico e tanto sovescio.
Le uve caprettone, foto Casa Setaro
Prima di entrare nel merito dei vini, Setaro ha voluto sottolineare l’importanza del caprettone, il vitigno a bacca bianca più importante e tipico, a suo parere, del Vesuvio. In passato se ne erano perse le tracce, e nel disciplinare del 1983 non era nemmeno menzionato; veniva addirittura confuso con il coda di volpe. “Per motivi che sono di opportunità piuttosto che di lobby delle grandi aziende” precisa Setaro, “dal 1983 non solo non c’era più traccia, ma addirittura veniva identificato come l’accezione dialettale del coda di volpe, cosa che invece non è vera. Per fortuna, grazie anche al fatto di essere nato in campagna e di conoscere profondamente questo vitigno, nel 2014 insieme all’Università di Napoli, di Tecnologie Alimentari di Portici, siamo riusciti a isolarne il DNA e farlo riconoscere come vitigno da vino con codice genetico identificato”.
Un altro vitigno da considerare, questa volta a bacca rossa “è il piedirosso che era stato quasi svilito in favore dell’aglianico.” spiega Setaro, “Perché il vino Piedirosso non aveva le caratteristiche dei ‘vinoni’ rossi che si bevevano, che stanno un po’ decrescendo. Ma fino a qualche anno fa, se non avevi ipertannicità, ipertestruttura, ipertestrazioni, non ti potevi chiamare rosso”. E con il caprettone il piedirosso è la bandiera di Casa Setaro.
Va ancora detto che il Vesuvio (220 ettari vitati), è un territorio geologicamente complesso: le eruzioni hanno contribuito alla formazione di diverse stratificazioni. Basta spostarsi di due o trecento metri per incontrare suoli diversi, con flora e colorazioni che variano dal giallo zolfo al nero grafite, passando attraverso altre sfumature minerali.
I vini degustati
Prodotto unicamente con uve caprettone, con lunga fermentazione: il vino sosta sui lieviti nobili per 3 mesi e poi viene imbottigliato dove affina per la presa di spuma per 30 mesi.
Si presenta di colore giallo paglierino brillante, con bollicine fini e persistenti. Al naso emergono profumi di fiori gialli e bianchi, crosta di pane appena sfornato e ricordi agrumati. In bocca è cremoso, verticale, con note minerali che conferiscono eleganza al sorso.
Munazei Rosato Lacryma Christi del Vesuvio DOC
Da uve piedirosso raccolte in pressa pneumatica, utilizzata come contenitore inerte. L’uva viene caricata in un rotore orizzontale che limita lo scambio di ossigeno. La pressatura dura 2-3 ore e si utilizza il solo mosto fiore. La vinificazione avviene in vasca d’acciaio a temperatura controllata, con fermentazione di 20 e più giorni per azzerare gli zuccheri. Dopo un primo travaso e l’illimpidimento, il vino resta circa 6 mesi sui lieviti nobili e affina due mesi in bottiglia. È un rosato fresco, capace di riprodurre il sentore di fiore rosso, di geranio tipico del vitigno, con una parte salina e minerale più sfumata rispetto alla versione rosso. “Si riconosce un inizio di parte ematica, di parte terrosa, legato proprio alla terra e alla natura” spiega Setaro “un rosato che con la sua freschezza, la sua immediatezza, facilità di beva ha comunque stoffa, struttura, corpo tali da farne un vino gastronomico”.
Munazei Bianco Lacryma Christi del Vesuvio DOC 2024
Nasce unicamente da uve caprettone, nonostante che il disciplinare preveda anche falanghina, verdeca e altri vitigni bianchi. Per Setaro, invece, il caprettone “è il vitigno del Vesuvio da vinificare in purezza, anche per ridargli dignità dopo che era stato messo da parte. Non ha bisogno di falanghina per avere maggiore freschezza e possiede caratteristiche organolettiche complesse anche grazie agli aromi varietali”. Le uve provengono da Bosco del Monaco e da Tirone della Guarda e vengono assemblate in vasca d’acciaio. È un vino che meriterebbe 5-6 anni di affinamento, ma “il mercato oggi chiede vini veloci”.
Al palato si distingue per mineralità, sapidità e ricordi di flora mediterranea; con l’affinamento sviluppa note di tostatura, miele e resine, insieme a equilibrio e rotondità. Spumante e vino fermo nascono dalle stesse uve, ma le uve per lo spumante sono vendemmiate prima.
61 – 37 Contradae Vesuvio Bianco DOP 2021
Il vino 61-37, nato nel 2019, è un progetto di vinificazione, di micro-vinificazione, perché in questo caso “quello che abbiamo messo in bottiglia non è la raccolta dei vari areali, ma la focalizzazione su uno di essi, su una parcella che è quella di Bosco del Monaco“. È composto da circa 50% caprettone, 30% greco e 20% fiano, per cui la cantina non si è focalizzata su un vitigno, ma su una vigna mista, come avveniva tradizonalmente. La vinificazione si svolge in acciaio a temperatura controllata, con successivo affinamento in bottiglia di 12 mesi.
Di colore giallo dorato intenso, al naso si percepiscono fiori gialli, erbe selvatiche e basalto. Al palato è succoso, con sapidità vivace e note che vanno dall’albicocca alla pesca integrale, fiori di ginestra, gesso e macchia mediterranea, per un sorso fresco e lungo.
Don Vincenzo Lacryma Christi del Vesuvio DOC Riserva 2021
Prodotto con uve piedirosso e aglianico, provenienti da un’unica vigna mista a pergola, con circa il 70% di piedirosso. La vendemmia segue la maturazione fenolica del piedirosso; l’aglianico, più precoce, viene raccolto pertanto leggermente surmaturo. Ciò permette di smussare la parte verde, la parte un po’ coriacea del tannino dell’aglianico così che questo si sposa con il piedirosso e non lo copre, come invece avverrebbe se si procedesse con un blend. Il vino è elevato 36 mesi in botte di rovere di Slavonia, seguito da almeno un anno di affinamento in bottiglia, fino a poter esprimere la sua identità.
Di colore rosso rubino intenso con riflessi granati, al naso emergono note floreali di geranio e fruttate di ciliegia, con sentori speziati. Il sorso è pieno, complesso, con tannino maturo e lunga persistenza.
Casa Setaro racconta il Vesuvio attraverso i suoi vitigni autoctoni, in particolare caprettone e piedirosso, evidenziando come il territorio e le scelte di vinificazione possano esprimere personalità e identità uniche. Ogni vino è il risultato di cura, attenzione alla biodiversità e conoscenza profonda dei suoli, capace di trasmettere al bicchiere la complessità del territorio vesuviano.
Abbiamo segnalato alcune etichette di Casa Setaro anche nell’articolo: Scopri Campania Felix | Vitigni autoctoni a Milano


