Per la prima volta in Italia  Jean Garandeau, Managing Director di Champagne Jacquesson, insieme a Pietro Pellegrini, Presidente di Pellegrini S.p.A., ha raccontato, in un incontro con la stampa,  il percorso e lo stile unico della Maison. È stata l’occasione per presentare il Programma 2026 di Champagne Jacquesson in un incontro dedicato alle novità e alle cuvée millesimate della storica Maison

C’è una parola che emerge continuamente nel racconto di Champagne Jacquesson: precisione. Non come esercizio stilistico o ossessione tecnica fine a sé stessa, ma come ricerca della forma più autentica possibile di un’annata, di un territorio di un vino.

Nella foto da sinistra Jean Garandeau e Pietro Pellegrini

Jacquesson è prima di tutto un Domaine viticole profondamente radicato nel proprio terroir”, spiega Jean Garandeau. “Ciò che ci anima è la creazione di ogni cuvée a partire da un’annata che ha sempre un volto diverso”. Una definizione che aiuta a comprendere immediatamente la filosofia della maison, oggi tra le realtà più influenti e identitarie della Champagne contemporanea.
La produzione rimane volutamente limitata e orientata verso precisione, autenticità e una sorta di “haute couture” del vino: “puntiamo soprattutto al sur-mesure”, sottolinea Garandeau, rivendicando un approccio che si colloca agli antipodi di qualsiasi standardizzazione stilistica.

La Maison

È una filosofia che negli anni ha cambiato profondamente anche il modo di pensare lo Champagne grazie alle celebri cuvée numerate della serie 7xx. Dietro i numeri della serie 7xx non si nasconde una semplice sigla commerciale, ma un codice che identifica direttamente l’annata base del vino. Il principio è semplice: basta sottrarre 28 alle ultime due cifre della cuvée. Così, nel caso della 749, 49 meno 28 porta al 21, cioè al 2021. Oggi questo linguaggio appare quasi naturale, ma vent’anni fa Jacquesson fu una delle prime maison a rivoluzionare la comunicazione dello Champagne indicando con assoluta trasparenza numero di bottiglie prodotte, data di dégorgement, dosaggio e dettagli produttivi che allora il mondo della Champagne tendeva ancora a mantenere in secondo piano.

QV749: il volto delicato del 2021

Il Programma 2026 presentato dalla maison riflette perfettamente questa filosofia. “La cuvée 749 illustra magnificamente la personalità dell’annata 2021”, racconta Garandeau. Ed è un’annata che si distingue nettamente dalle tre precedenti.

Dopo il trittico caldo e solare rappresentato da 2018, 2019 e 2020, il 2021 ha riportato la Champagne verso condizioni decisamente più classiche e complesse: primavera fredda, clima umido, forte pressione di malattie e vendemmia tardiva, iniziata soltanto intorno al 21 settembre.

Per Jacquesson si è trattato di una delle stagioni più difficili degli ultimi vent’anni, ma proprio questa complessità sembra aver dato origine a uno dei tratti più affascinanti della QV749.
Nel bicchiere il vino appare più cristallino, delicato e verticale rispetto a cuvée come la 747 o la 743. Meno ampio forse, ma più teso e preciso, con una definizione aromatica particolarmente nitida. “La precisione e la perfetta corrispondenza tra le cuvée e la loro annata di nascita sono il filo conduttore di questo programma”, spiega Garandeau. “Sono inoltre vini perfetti per la gastronomia, dotati di grande versatilità”.
L’assemblaggio rimane relativamente classico — circa 50-55% chardonnay, 30% pinot noir e il resto  meunier — ma Jacquesson continua a preferire una lettura territoriale piuttosto che varietale. Più che di vitigni, la maison ama parlare di parcelle, esposizioni e identità dei suoli.
Anche il dosaggio segue questa stessa logica. La QV749 è dosata a 2 grammi per litro, perfettamente in linea con lo stile della maison, che lavora quasi sempre tra 0 e 2 g/l. Ma il punto centrale, ribadito più volte durante la degustazione, è soprattutto filosofico: “non è il mercato a decidere il dosaggio, è il vino”.
Una frase che sintetizza bene la distanza tra Jacquesson e molte derive stilistiche contemporanee. Il basso dosaggio qui non è una moda o una dichiarazione ideologica, ma semplicemente uno strumento al servizio dell’equilibrio.

Lo stesso vale per i vini di riserva, che non servono a “correggere” o uniformare il millesimo, bensì ad amplificarne il carattere, “come lo zafferano o il pepe in cucina”, secondo un’immagine evocata durante la conferenza. Il loro ruolo non è cancellare l’annata, ma renderla ancora più leggibile.

Il tempo come ingrediente

Uno degli aspetti più affascinanti della degustazione riguarda però il rapporto quasi “fisico” che Jacquesson ha con il tempo.
Alcune bottiglie della stessa cuvée vengono lasciate sui lieviti molto più a lungo rispetto alla versione classica. È il principio delle versioni a dégorgement tardif: lo stesso vino, ma con un’evoluzione molto più lunga.
Le bottiglie possono restare quasi otto anni sui lieviti ed essere commercializzate circa dieci anni dopo la vendemmia. Il vino di partenza è identico, ma cambia radicalmente il dialogo tra materia, ossigeno e tempo.
La cuvée 744 Dégorgement Tardif rivela il secondo volto dell’annata 2016”, spiega Garandeau. “Tesa, elegante e di grande razza”.
Il 2016 viene raccontato come un millesimo inizialmente sottovalutato, forse oscurato mediaticamente dalle annate molto calde precedenti. Eppure, secondo Jacquesson, proprio il 2016 possiede una delle personalità più interessanti degli ultimi anni.
La QV744 viene descritta con termini quasi tattili: rocciosa, iodata, minerale, dettagliata. Non un vino di volume o opulenza, ma di tensione e lunghezza. Un vino “elettrico”, capace di sviluppare energia più che massa.
Fondamentale, in questo senso, è anche il lavoro sul dégorgement. La 744 è stata sboccata nel febbraio 2025 e lasciata riposare oltre un anno prima della commercializzazione. Jacquesson considera infatti il dégorgement un momento traumatico per il vino: entra ossigeno, il vino si destabilizza e necessita di ritrovare il proprio equilibrio. Più lungo è stato il tempo trascorso sui lieviti, più importante diventa il riposo successivo.

Il cambiamento climatico e la nuova Champagne

Il rapporto sempre più diretto con l’identità dell’annata porta inevitabilmente Jacquesson a confrontarsi con il cambiamento climatico, tema ormai centrale per tutta la Champagne.
Dobbiamo adattarci ascoltando ancora di più le nostre vigne e i nostri vini”, osserva Garandeau. “Siamo costantemente alla ricerca di metodi che permettano di preservare gli equilibri che fanno la magia dei nostri Champagne”.

Secondo la maison, le condizioni di maturazione oggi sono in molti casi persino più favorevoli rispetto al passato. “Raccogliamo uve con maturità fenoliche e tecniche molto avanzate mantenendo comunque ottimi livelli di acidità”, spiega Garandeau. “È un periodo molto interessante per la Champagne”.

Ma il cambiamento climatico obbliga anche a rivedere i tempi della vendemmia e il concetto stesso di maturità. Il caso dell’Avize Champ Caïn 2015 è emblematico. Il 2015 viene infatti descritto come una delle prime vere annate della nuova era climatica: calda, secca e caratterizzata da maturazioni rapidissime.
Il rischio principale era raccogliere troppo presto, ottenendo vini tecnicamente maturi ma aromaticamente incompleti, con note vegetali ancora evidenti. Per questo Jacquesson scelse deliberatamente di attendere più a lungo rispetto a molti vicini.

È qui che emerge forse il cuore della filosofia della maison: l’equilibrio di un vino non dipende soltanto da acidità o grado alcolico, ma dalla maturità reale e completa dell’uva.

Orchestra e solisti

Accanto alla serie 7xx, Jacquesson continua a sviluppare anche le proprie cuvée parcellari provenienti da vigneti specifici di Dizy, Aÿ e Avize.
La differenza filosofica viene spiegata con un’immagine molto efficace: la serie 7xx è un’orchestra, mentre le cuvée parcellari sono solisti.
La QV7xx nasce infatti da un assemblaggio orizzontale di parcelle, vitigni e vini di riserva, mentre le cuvée parcellari concentrano tutta l’attenzione su un’unica parcella, un solo vitigno e una singola annata.
Tra i millesimi recenti, Garandeau cita anche il 2014 come annata ingiustamente sottovalutata: “È un millesimo fine, complesso, equilibrato e molto sottile. La nostra Avize Champ Caïn 2014 riflette perfettamente la personalità del terroir di Avize”.

L’identità contro la standardizzazione

In un momento storico in cui anche il lusso del vino rischia spesso di uniformarsi, Jacquesson continua a difendere un’idea profondamente artigianale di Champagne.
La forza della Champagne risiede sempre di più nella diversità dei suoi terroir e nell’autenticità dei vini prodotti”, afferma Garandeau. “È questo che rende la Champagne un terreno di gioco infinito per gli appassionati”.

Anche il rapporto con l’Italia assume un valore particolare. Il mercato italiano è oggi il primo mercato export della maison e rappresenta una realtà strategica. “La conoscenza degli appassionati e dei professionisti italiani è straordinariamente approfondita”, sottolinea Garandeau. “È affascinante vedere quanti produttori siano presenti nelle carte vini italiane”.

Non sorprende quindi che Jacquesson trovi nella gastronomia italiana uno dei propri interlocutori ideali. “Siamo molto orgogliosi dell’interesse che grandi chef e sommelier dimostrano verso i nostri vini”, conclude Garandeau. “La cucina italiana, una delle più complesse e gustose al mondo, si accorda perfettamente ai nostri Champagne”.
Ed è forse proprio qui che si riassume meglio la filosofia della maison: ogni cuvée deve raccontare la propria annata, non nasconderla. Precisione, trasparenza, basso dosaggio, lunghi affinamenti e centralità del terroir non sono obiettivi estetici, ma strumenti per lasciare che il vino conservi la propria voce.

 

Il racconto si basa sulla conferenza stampa integrata dall’intervista concessaci da  Jean Garandeau, che ne approfondisce i principali contenuti.

 

 

Nella narrazione  si è parlato  più volte di terroir, argomento che abbiano approfondito in un nostro articolo.

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