Per anni i vitigni resistenti sono stati raccontati soprattutto attraverso ciò che non richiedono: meno trattamenti, meno fitofarmaci, meno impatto ambientale. Al banco d’assaggio dedicato ai Piwi organizzato a Milano presso l’Enoluogo, con la presenza di otto produttori della rete Resistenti Nicola Biasi, è emersa invece una prospettiva diversa: il futuro di queste varietà non si giocherà sulla sostenibilità, ormai acquisita, ma sulla capacità di produrre grandi vini.
A sostenerlo è Nicola Biasi, enologo e ideatore del progetto Resistenti, una rete che oggi unisce aziende di Friuli Venezia Giulia, Veneto, Trentino, Piemonte e persino della Mosella tedesca. Un progetto nato da una convinzione semplice quanto radicale.
“Le persone bevono vini buoni. Poi, se sono anche sostenibili, tanto meglio.”
Dietro questa affermazione c’è un lavoro che va ben oltre la sola coltivazione dei vitigni resistenti. Biasi parla di circa duecento microvinificazioni all’anno, prove effettuate in territori, altitudini e condizioni differenti per comprendere come valorizzare al meglio queste varietà. La sostenibilità, aggiunge, è stata certificata da un ente terzo attraverso dati che indicano una riduzione del 40% delle emissioni di CO₂ e del 70% del consumo d’acqua rispetto alla viticoltura convenzionale. Per comprendere meglio l’impatto ambientale di queste varietà si può leggere il nostro approfondimento sulla sostenibilità dei vitigni resistenti.
Filari di viti Piwi. Foto Resistenti Nicola Biasi/facebook
I pregiudizi che resistono più delle malattie
Se la diffusione dei Piwi è ormai una realtà consolidata, continuano però a sopravvivere diversi pregiudizi. Un tema che abbiamo affrontato anche nel nostro approfondimento dedicato ai vitigni resistenti e alla loro capacità di contrastare le principali malattie fungine.
“Mi hanno detto molte volte che dopo qualche anno avrebbero perso la resistenza. Le mie viti sono state piantate quindici anni fa e non è successo.”
L’altro grande luogo comune riguarda la qualità. Per decenni gli incroci sono stati considerati incapaci di produrre vini di livello. Una convinzione che, secondo Biasi, nasce soprattutto dagli errori commessi nelle prime fasi della loro diffusione.
“Se oggi assaggiamo un Sangiovese cattivo diamo la colpa al produttore, non al Sangiovese. Con i vitigni resistenti, invece, si è fatto di tutta l’erba un fascio.”
L’assaggio milanese ha offerto diversi argomenti a sostegno di questa tesi. Pur partendo da un comune patrimonio genetico, i vini hanno mostrato identità territoriali molto marcate.
Non un gusto Piwi, ma tanti territori
È forse questo l’aspetto più interessante emerso dalla degustazione. Contrariamente a un’altra critica spesso rivolta ai vitigni resistenti, i vini non sembrano convergere verso uno stile unico.
Dal Collio friulano arriva Sinfonia di Tenuta della Casa, blend di Sauvignon Kretos e Fleurtai affinato in barrique, che gioca su sapidità, profondità e una tessitura quasi borgognona. Più teso e verticale il Solaris Forte di Colle Regina, raccolto precocemente per preservare acidità e mineralità, con un profilo che richiama fiori bianchi, pesca e una marcata impronta salina.
Albafiorita interpreta invece la sostenibilità in chiave immediata e gastronomica con M’Ama, assemblaggio di Soreli e Sauvignon Kretos che punta sulla fragranza tropicale e sulla facilità di beva senza rinunciare alla precisione aromatica.
Il caso più emblematico resta però Vin de la Neu, il vino simbolo del progetto personale di Biasi. Nato nel 2012 da un impianto di Johanniter in Trentino, prende il nome dalla nevicata che accompagnò la prima vendemmia. Oggi è una produzione di nicchia, mille bottiglie numerate, costruita attraverso lunghi affinamenti in legno e in bottiglia. Un bianco di montagna che dimostra come un vitigno resistente possa ambire alla complessità e alla capacità evolutiva normalmente attribuite ai grandi vini tradizionali.
Interessante anche la declinazione spumantistica proposta da Ca’ da Roman con EceloI, metodo classico da Souvignier Gris, dove agrumi, crosta di pane e una marcata vena minerale trovano un equilibrio convincente.
Mentre Poggio Pagnan e Oddone Prati testimoniano come i Piwi stiano conquistando territori che non avevano una tradizione consolidata o che cercano nuove risposte alle sfide climatiche.
Renitens, il vino-manifesto della rete
Se c’è una bottiglia capace di sintetizzare il senso del progetto Resistenti, questa è probabilmente Renitens, il Vino Bianco d’Italia nato dall’incontro delle aziende fondatrici della rete.
L’idea è tanto semplice quanto originale. Le uve vengono coltivate nei rispettivi territori, dalla Mosella alle Dolomiti, dal Veneto al Friuli; ogni cantina vinifica separatamente secondo il proprio stile e la propria sensibilità; soltanto in un secondo momento le diverse masse vengono selezionate e assemblate per dare vita a un vino unico. Un processo che non cancella le identità territoriali ma prova a farle dialogare.
In un panorama vitivinicolo tradizionalmente legato all’origine geografica, Renitens compie quasi un’operazione controcorrente: non cerca una denominazione ma una visione comune. Johanniter, Souvignier Gris, Soreli, Bronner, Fleurtai e Solaris diventano le tessere di un mosaico che racconta il progetto prima ancora del singolo territorio.
Nel bicchiere il risultato convince. Il profilo aromatico unisce fiori bianchi, agrumi, erbe officinali e richiami balsamici di montagna in una trama complessa ma leggibile. La bocca è piena, dinamica e sorprendentemente armonica, con una progressione che evita qualsiasi sensazione di costruzione artificiale. Più che un esercizio di stile, appare come la dimostrazione concreta che i vitigni resistenti possono esprimere personalità senza rinunciare all’equilibrio.
Ma soprattutto Renitens rappresenta un’idea di sostenibilità diversa da quella che domina spesso il dibattito contemporaneo. Non una somma di certificazioni o di pratiche virtuose raccontate in etichetta, bensì un progetto collettivo nel quale aziende lontane per geografia e storia decidono di condividere ricerca, esperienza e obiettivi. Un vino corale, nel senso più autentico del termine.
Il cambiamento climatico come spartiacque
È proprio il clima, secondo Biasi, a rendere inevitabile una riflessione sul patrimonio varietale della viticoltura europea.
L’idea che basti spostarsi più a nord o salire di quota viene considerata una soluzione teorica ma poco praticabile. Le aziende dovranno invece interrogarsi sulla possibilità di sostituire varietà che faticano ad adattarsi alle nuove condizioni.
“Se il Merlot a Capalbio non funziona più, bisognerà piantare una varietà che funzioni meglio. E allora perché non scegliere una resistente, se consente la stessa qualità con un impatto ambientale molto inferiore?”
Non si tratta di varietà “magiche“, precisa l’enologo. Sono resistenti alle principali malattie fungine ma devono comunque confrontarsi con le sfide del riscaldamento globale. Tuttavia molte delle nuove selezioni sono nate proprio nel contesto climatico attuale e risultano spesso più adatte alle condizioni contemporanee rispetto a vitigni selezionati decenni o secoli fa.
Da vitigno a progetto culturale
Se sul piano agronomico i vitigni resistenti hanno ormai dimostrato la propria affidabilità, la sfida decisiva resta quella della percezione. Non tanto tra gli addetti ai lavori, quanto nel mercato e tra i consumatori. Per anni il racconto dei Piwi si è concentrato sulla resistenza alle malattie fungine e sulla riduzione dei trattamenti, aspetti certamente importanti ma difficili da trasformare, da soli, in una motivazione d’acquisto.
“All’inizio partivamo tutti raccontando le varietà resistenti”, osserva Biasi. “Ma la gente non le conosceva. Oggi parliamo molto di più del territorio e del vino. Il fatto che siano varietà resistenti deve essere la ciliegina sulla torta, dopo che il vino è piaciuto.”
Anche per questo il banco d’assaggio milanese è apparso meno come una rassegna di nuove varietà e più come il racconto di un progetto collettivo. Le differenze tra i vini sono risultate evidenti, confermando come i Piwi non producano un gusto uniforme ma sappiano interpretare luoghi, altitudini e sensibilità produttive differenti.
In questo senso Renitens, il Vino Bianco d’Italia nato dalla rete Resistenti, assume un valore che va oltre quello della semplice etichetta. Le uve vengono coltivate nei territori d’origine, vinificate separatamente da ciascuna azienda e successivamente assemblate in un unico vino. Un’operazione che conserva le identità locali e al tempo stesso le mette in dialogo, trasformando una pluralità di esperienze in una voce comune.
È probabilmente la rappresentazione più efficace della filosofia che anima il progetto: non uniformare, ma condividere. Non sostituire i territori, ma creare una rete capace di valorizzarli. Un approccio che trova una sintesi nelle parole con cui Biasi immagina il vino sostenibile del futuro: “buono, etico e sociale”. Buono nel bicchiere, perché la qualità resta il primo criterio di giudizio; etico nella produzione, grazie a una viticoltura che riduce l’impatto ambientale e tutela chi lavora in vigna; sociale nella costruzione del progetto, perché nasce dalla collaborazione tra aziende, territori e competenze differenti.
Nella foto di apertura Nicola Biasi nel corso della nostra intervista



