Produrre vino all’Isola d’Elba non è solo una scelta agricola, ma un atto d’amore verso un territorio aspro e meraviglioso. Giulia Arrighi, oggi alla guida della storica azienda di famiglia e Presidente dell’Associazione Sbarbatelle, rappresenta quella nuova generazione di produttrici che sa coniugare il rispetto per le radici con un’inarrestabile voglia di sperimentare. Dai vini vinificati in anfora fino all’incredibile esperimento del vino sottomarino, Giulia ci accompagna in un viaggio tra i filari elbani, dove il mare e la terra si incontrano in ogni calice. Ecco cosa ci ha raccontato.
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Il legame con lo scoglio e la vigna
Lei produce vino in un contesto unico come l’Isola d’Elba. Ci racconta quando ha deciso che la Sua strada sarebbe stata tra i filari della Sua terra e qual è il primo ricordo che la lega alla vendemmia?
Ho un bellissimo ricordo della vendemmia di quando ero un po’ più piccolina, perché era considerata proprio una giornata di festa. Quando avevo 5-6 anni, l’attività principale della mia famiglia era quella alberghiera e la campagna era l’attività secondaria, dove però veniva prodotta tutta la materia prima per la cucina dell’albergo. La vendemmia, quindi, coincideva con la fine della stagione estiva.
Ho questo ricordo bellissimo di tutta la famiglia intenta a vendemmiare, del profumo del mosto in cantina, del pranzo condiviso. È un ricordo che porto sempre con me.
In realtà, crescendo, il mio desiderio era diventare commercialista: alle scuole superiori ho studiato ragioneria e ho svolto anche un tirocinio in uno studio, ma non mi è piaciuto affatto quel mondo. Durante una stagione estiva ho quindi aiutato mio padre in azienda e sono stata letteralmente travolta dalla sua passione. L’ho affiancato per qualche mese e da lì ho deciso di studiare Enologia: è così che è iniziato il mio percorso attuale.
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Tradizione e Sperimentazione
L’azienda di famiglia ha una storia consolidata. Qual è stata la sfida più grande nel portare la Sua visione di giovane donna in un ambiente così legato alla tradizione?
Ho iniziato aiutando soprattutto in cantina mio padre, un uomo che ama profondamente sperimentare. È proprio questo l’aspetto che mi ha più affascinata: la possibilità di sperimentare. In questo senso mio padre mi ha lasciato davvero carta bianca.
L’ho affiancato per i primi due anni, poi ha lasciato la cantina completamente nelle mie mani. Da parte mia ho scelto di rispettare i vini tipici dell’azienda e del territorio, ma qualcosa l’ho modificato: ho lavorato molto di più in purezza, utilizzando il 100% dello stesso vitigno.
C’è un’innovazione di cui va particolarmente fiera?
Una delle innovazioni di cui vado più fiera è stata la creazione della mia linea di bollicine. È stata una scelta coraggiosa, perché non avevo alcuna esperienza di spumantizzazione e mi sono addentrata in un mondo che conoscevo poco. Ho però avuto un grande appoggio da parte di mio padre, nonostante i rischi oggettivi, anche perché la prima prova era già di 2.000 bottiglie.
Per dare spazio alle bollicine ho dovuto eliminare un vino storico di mio padre, che aveva anche un buon riscontro commerciale: è stato un atto coraggioso da parte mia e soprattutto da parte sua. Sentivo però la mancanza di questa tipologia, che amo molto e che mi rappresenta di più, completando anche l’offerta aziendale fatta di vini fermi vinificati in acciaio, in anfora, in barrique e di passiti.
Mi sono quindi buttata in questo mondo complesso, ma la soddisfazione è stata grande. Ho cambiato anche lo stile dell’etichetta, più giovanile e distinta dal resto della linea: una ragazza racchiusa in una bolla, da cui il nome In Bolla. Perché la livella è in bolla quando va tutto bene. La bolla è inoltre protezione, equilibrio.
Ogni anno continuo a sperimentare: metto lo stesso mosto in anfora, in barrique e in acciaio per confrontarne le differenze. È un percorso che porto avanti con convinzione, tanto che oggi i clienti mi chiedono cosa abbia fatto di nuovo.
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Il vino e il territorio
Il mare influenza i Suoi vini?
Nel 2018 abbiamo iniziato una bellissima sperimentazione con l’Università di Pisa e il professor Attilio Scienza, autore della ricerca. Abbiamo provato a riprodurre un vino come 2.400 anni fa, quello dell’Isola di Chios, immergendo i grappoli in mare all’interno di nasse per aragoste modificate, per cinque giorni. Ne è nato un vino salato che commercializziamo solo in alcune annate, quando la sapidità è più contenuta, con una produzione di circa 200 bottiglie: un vino di super nicchia.
Dal punto di vista territoriale, siamo sul versante minerario dell’Isola d’Elba, un’area unica per la presenza di terreni ferrosi e argillosi, molto ricchi di minerali, che comunicano ai vini una complessità particolare. Questo territorio si presta anche alla produzione di vini rossi strutturati e da invecchiamento, nonostante l’Elba sia generalmente considerata terra di vini bianchi per via del mare e del pesce. In realtà è vocata anche a grandi rossi.
All’Elba si lavora molto su vitigni storici come l’Ansonica o l’Aleatico. Qual è, secondo Lei, il potenziale ancora inespresso dei vitigni dell’isola su cui sta puntando?
Ansonica e Aleatico sono i miei vitigni preferiti. L’Ansonica, tra l’altro, è l’uva che abbiamo utilizzato per la ricerca sottomarina perché ha una buccia molto spessa e una polpa croccante, quindi resiste bene all’acqua. È un vitigno neutro dal punto di vista aromatico, ma con grande sapidità, bella struttura e molta piacevolezza.
L’Aleatico è l’altro vitigno del cuore ed è la nostra tradizione per eccellenza. Viene appassito sui graticci, come vuole la tradizione, e dopo due settimane arriva a una resa del 30%: da 100 kg d’uva si ottengono circa 30 litri di vino. È un vino di nicchia, con produzioni limitate.
Un altro vitigno tipico è il Vermentino, in passato chiamato Riminese. C’è poi il Sangiovese, che all’Elba si chiama Sangioveto. Noi lo produciamo in due versioni: una solo in acciaio, molto fresca, e una Riserva che ho introdotto io negli ultimi anni, perché una vigna in particolare esprime una qualità tale da meritare l’uso della barrique. Mio padre aveva sostituito le barrique con le anfore e io ho scelto di reintrodurle.
La sperimentazione in cantina: l’uso delle anfore di terracotta per esaltare la mineralità dei vitigni elbani.
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Leadership e Rete (Sbarbatelle)
Essere Presidente delle Sbarbatelle Le permette di avere una visione d’insieme su tante giovani realtà. Cosa impara ogni giorno dalle Sue colleghe che poi riporta nella gestione della Sua azienda?
Grazie alla mia esperienza come presidente dell’Associazione Sbarbatelle, ogni giorno imparo qualcosa dalle mie colleghe. In particolare il valore del confronto e della condivisione. La forza che nasce dal fare rete porta in azienda una grande apertura mentale e la consapevolezza che non esiste un solo modo di fare vino, ma tanti percorsi autentici.
Un aspetto che ho portato concretamente in azienda è quello commerciale, che inizialmente non mi piaceva affatto. Grazie alle mie colleghe ho imparato molto anche su questo fronte e oggi è una parte che seguo con maggiore interesse e consapevolezza.
Molte Sue colleghe guardano a Lei come un punto di riferimento. Qual è il consiglio che si sente di dare a una ragazza che oggi decide di avviare o prendere in mano un’azienda vitivinicola?
Direi di credere assolutamente nella propria visione, come ho fatto io, anche cambiando le carte in tavola. Di studiare, ascoltare e fare molte esperienze fuori, perché competenza e coerenza, alla lunga, parlano più forte di qualsiasi pregiudizio.
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Sostenibilità e Futuro
Produrre vino su un’isola richiede un’attenzione estrema all’equilibrio ambientale. Come interpreta il concetto di sostenibilità nella Sua attività quotidiana?
Partiamo da una scelta di produzione biologica, nonostante le difficoltà degli ultimi anni. La nostra è una conduzione biologica “sartoriale”, costruita su misura per il territorio. Poniamo grande attenzione alla biodiversità, alla salute del suolo e alla gestione delle risorse idriche.
Stiamo sviluppando un progetto per valorizzare l’importanza del bosco vicino alle vigne, sia per la biodiversità sia per l’influenza sulle temperature. Abbiamo installato sensori sia nelle vigne circondate dal bosco sia in quelle che non lo sono: sono certa che i dati saranno molto significativi.
Ogni intervento è pensato per rispettare l’equilibrio tra natura e vigna e valorizzarne l’espressione più autentica. Parallelamente stiamo ripensando anche il packaging: abbiamo eliminato il polistirolo per le spedizioni, usando solo cartone riciclato, e stiamo lavorando sull’alleggerimento delle bottiglie, una scelta concreta che incide sull’impatto ambientale. Ci stiamo quindi muovendo con decisione verso una maggiore sostenibilità.
Un sogno per il futuro: dove vede l’azienda Arrighi tra cinque anni e quale nuovo traguardo vorrebbe aver raggiunto?
Mi piacerebbe crescere, ma senza perdere autenticità, restando fedeli alla nostra isola e al nostro paesaggio. Tra cinque anni vorrei aver sviluppato al meglio il percorso di sostenibilità, per garantire un futuro più responsabile anche a chi verrà dopo di noi.
La generazione di mio nonno non aveva regole su pesticidi e insetticidi; quella di mio padre ha fatto un passo verso il biologico. Ora spetta a noi fare un ulteriore passo verso una sostenibilità più ampia, perché molti disastri del passato, e anche del presente, sono il risultato di scelte sbagliate.
Pensando a un tramonto estivo, mi viene subito in mente un calice di Vermentino, fresco e minerale, abbinato a uno dei miei piatti del cuore: la ricciola al forno. Un abbinamento fantastico, davvero indimenticabile.
Quello di Giulia Arrighi è un racconto che profuma di mare e di futuro. Tra la sfida della sostenibilità e la forza di fare rete con le giovani colleghe italiane, la sua visione traccia una rotta chiara per la viticoltura dell’Isola d’Elba: un percorso dove la tradizione non è un limite, ma il punto di partenza per innovare con coraggio. Un brindisi al coraggio di guardare avanti, restando sempre “in bolla” con il proprio territorio.
Abbiamo dedicato un approfondimento all’Associazione qui: ???? Sbarbatelle, rete di giovani produttrici che valorizza vino e territorio.
Un ringraziamento speciale a Giulia Arrighi per la disponibilità e per aver gentilmente concesso le immagini a corredo di questa intervista.
Link utile: Sito Ufficiale Sbarbatelle

