Ci sono alimenti che sembrano nascere già adulti. Li ereditiamo prima ancora di sceglierli: il gusto arriva insieme alle abitudini di famiglia, ai pranzi della domenica, alle cose che si imparano a mangiare quasi per educazione. Il Gorgonzola è sempre stato uno di questi.
Per anni ha abitato una zona precisa dell’immaginario italiano: formaggio importante, carattere deciso, qualche diffidenza infantile da superare e un rispetto quasi automatico per la tradizione. Poi qualcosa è cambiato.
A Milano, durante la 56ª Assemblea annuale del Consorzio di tutela, il Gorgonzola DOP ha festeggiato, con il suo Presidente, Antonio Auricchio, i trent’anni dal riconoscimento della Denominazione di Origine Protetta. Ma i numeri raccontati durante l’incontro — oltre 5,4 milioni di forme prodotte, il 39% della produzione destinata a più di ottanta Paesi — sono forse la parte meno interessante della storia.
Un momento della conferenza stampa
Perché la vera domanda emersa sembra un’altra: come fa un prodotto nato più di mille anni fa a parlare la lingua di oggi?
La risposta, curiosamente, non passa solo attraverso i mercati esteri o le statistiche. Passa attraverso il modo in cui viene raccontato.
C’è l’antropologa Ilaria Vitale che lo definisce “il formaggio con i tatuaggi“, spiegandolo così a un bambino per superarne la diffidenza iniziale. C’è lo chef-pop Federico Fusca che lo porta sui social tra primi piani di consistenze cremose e ricette veloci. E c’è un intero sistema che prova a tenere insieme due esigenze apparentemente opposte: restare fedele alle proprie origini e smettere di sembrare un prodotto fermo nel passato.
Non è un dettaglio.
Perché spesso la tradizione italiana ha un problema: pensa di poter vivere di rendita. Crede che basti avere una storia importante per continuare a essere importante. Ma la memoria, da sola, non produce futuro.
Il Gorgonzola sembra averlo capito.
Nato attorno all’anno 1007 tra Piemonte e Lombardia, oggi è diventato uno dei prodotti certificati più rilevanti dell’agroalimentare italiano. Ma soprattutto ha iniziato a uscire dal recinto delle abitudini. Non più soltanto ingrediente da risotto o presenza obbligata sul tagliere delle feste; sempre più prodotto che entra nelle cucine contemporanee, nei linguaggi digitali, perfino nell’estetica.
Del resto, i prodotti davvero forti fanno questo: cambiano contesto senza perdere identità.
Le venature blu-verdi che per qualcuno erano un difetto da osservare con sospetto sono diventate quasi una firma. Un segno distintivo. Una stranezza riconoscibile in un’epoca che assomiglia sempre più a una lunga sequenza di cose lisce, perfette e uguali.
Forse il successo del Gorgonzola nasce anche qui: nella sua capacità di non essere rassicurante.
Ha un aromache divide, un gusto che non cerca compromessi, una personalità che non prova a piacere a tutti. E paradossalmente, proprio oggi che tutto sembra progettato per risultare universalmente gradevole, questa sua identità così netta diventa una forza.
Mille anni dopo la sua nascita, il Gorgonzola sembra aver scoperto una cosa piuttosto contemporanea: per restare giovani non serve sembrare nuovi. Serve continuare ad avere qualcosa da dire.
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